su Paesaggi ibridi, geografie d’acqua di Francesco Visentin
di Francesco Casari
Un lunedì pomeriggio di inizio settembre ci siamo trovati in quattro o cinque della redazione di Seize the Time per ragionare su come occuparci di ambiente durante tutto l’anno: quali questioni trattare, su quali luoghi concentrare le nostre attenzioni e come farlo in maniera proficua. Abbiamo cominciato a stilare un elenco di cose che ci stavano a cuore e che ci sembravano più urgenti per indagare il paesaggio veneto: laguna di Venezia, PFAS, sofferenza della rete fluviale, i ghiacciai che si sciolgono ormai a vista d’occhio, impermeabilizzazione del territorio e così via. In breve ci siamo resi conto di come le questioni cruciali che stavamo facendo emergere andavano a disegnare una geografia d’acqua, un Veneto liquido. Emergeva la possibilità di immergersi nella dinamica delle acque per attraversare in lungo e in largo – e sopra e sotto – la regione in maniera potenzialmente capillare.
Abbiamo presto individuato nel libro Geografie d’acqua, Paesaggi Ibridi (Marsilio, 2024) di Francesco Visentin (professore di Geografia all’Università di Udine) un sostegno utile a mettere a fuoco il quadro generale delle geografie d’acqua che ci proponevamo di tracciare e forse – se saremo bravi – anche una sorta di vademecum per cominciare ad approcciarsi di volta in volta ai singoli casi. Pur entro i confini dei nostri mezzi, partire da un riferimento così ricco e approfondito ci da indicazioni teoriche e di metodo utili per avvicinarci in maniera più consapevole alle acque e alle terre del Veneto.
L’esergo che apre il libro è un pezzo di un famoso discorso di David Foster Wallace: “ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice – salve ragazzi come è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’ poi uno guarda l’altro e fa: – che cavolo è l’acqua?”. L’episodio, che David Foster Wallace racconta con l’intento di spronare a mettere in questione ciò che sembra talmente ovvio da scomparire del tutto dalla nostra attenzione, conserva sì qui nell’esergo questo senso generale, ma – posto nel contesto di Geografie d’Acqua – assume anche una validità letterale, fuor di metafora: ci siamo dimenticati dell’acqua che ci circonda, occorre innanzitutto tornare ad accorgersi della sua presenza e, per farlo, è forse necessario che ci sia quel qualcuno che passa e ci pone la domanda -com’è l’acqua?
L’invito sorge necessario e urgente come ricorda Visentin nel capitolo introduttivo: “Nell’ampio palinsesto di cambiamenti, siano essi climatici, sociali, culturali, spaziali o politici, l’acqua rappresenta una possibile lente attraverso la quale possiamo indagare e studiare l’instabilità̀ e la policronicità̀ dei territori e dei loro abitanti (umani e non). In sostanza, nei contesti territoriali fortemente antropizzati sono proprio le stratificate e complesse maglie idrografiche a costituire agevoli e suggestive opportunità̀ per avviare una sintesi e per mettere in pratica analisi geografiche”.
La tesi fondamentale del volume è che l’elemento idrico rappresenti un punto di vista privilegiato rispetto ad altre componenti del paesaggio; ciò proprio in virtù̀ della sua liquidità, di quel suo perpetuo movimento che si presenta come sfida ineludibile alle civiltà̀ sedentarie intente a rendere disponibile e prevedibile ciò che, per sua natura liquida, fluisce costantemente. Si è instaurata una dialettica produttiva tra esigenze di controllo e determinazione e perpetuo movimento, una dialettica che è decisiva nella formazione stratificata e processuale di un territorio e delle società che lo abitano, si sviluppa in questo modo la reciproca formazione e ibridazione di natura e cultura ( da non intendere come due elementi separati se non in astratto ecc.). Questo rapporto con l’acqua, da sempre complesso e vitale, negli ultimi decenni è stato ridotto sempre più̀ alla sola dimensione tecnico-ingegneristica, con relativa marginalizzazione della dimensione relazionale e sociale del rapporto con l’acqua; un rapporto complesso che si sviluppava capillarmente nella società e nella vita quotidiana degli individui, anche attraverso forme di rielaborazione simbolica. Nel corso del ‘900, a partire dalle società occidentali, tutto ciò è finito in secondo piano, a causa della convinzione che, quella tra società e acque non fosse più una dinamica costitutiva delle società, bensì una partita chiusa (e vinta) e che l’ingegneria ambientale conducesse la questione entro argini di controllo sufficienti a non preoccuparsene più, riducendo un rapporto ad una equazione tecnico-amministrativa da cui far risultare disponibilità, energia, sicurezza.
Ora, questa stabilità illusoria, è rotta dagli effetti tangibili del cambiamento climatico, che insistono su quelli che sono territori fragili. Un equilibrio che si pensava ormai stabilizzato in maniera permanente in paesaggi cyborg è messo in crisi contemporaneamente su più fronti. Per affrontare questa instabilità è necessario un vero e proprio cambiamento di paradigma, passando da una modalità di intervento emergenziale, ad un ripensamento completo delle nostre società, verso un approccio che metta al centro delle considerazioni, l’acqua.

Nella prima parte del libro Visentin si occupa di tracciare il quadro teorico dell’acquacene andando ad espandere la dimensione del fiume ben oltre il limite dei canonici argini: “quando guardiamo ad un corso d’acqua dovremmo leggerlo anche nella sua prospettiva circolare, nonché verticale. Se visto in queste tre dimensioni, non possiamo più parlare di un fiume come di una entità unica da contenere tra argini, ma come un elemento molteplice in grado di proiettarsi ortogonalmente nello spazio e estendersi nel tempo.” Ben lungi dall’essere linee azzurre su un piano, i fiumi sono invece organismi complessi e mobili, organismi che scendono nelle profondità della terra, e si confondono con l’aria nel cielo sotto forma di vapore. È un’ontologia liquida, che mal sopporta la separazione forzata e che tende al mescolamento e all’ibridazione di ciò che circonda. Questo è il carattere fluido e vitale dell’acqua come viene indagato -sul versante poetico- da Anne Carson nel suo Antropologia dell’acqua, altro testo da leggere per prepararsi a fare ingresso nell’acquacene anche da un punto di vista simbolico e concettuale, cosa che lo stesso Visentin auspica facendo riferimento alla necessità di fornirsi di metafore nuove adatte a questa rivoluzione.
Nel capitolo centrale La costruzione della fluvialità: separare terra e acqua FV si impegna in una caratterizzazione e in un’estensione di tutto ciò che costituisce la fluvialità: si legge di barche, di chiuse, di lavoratori, inondazioni, piogge, zone umide, siccità, mestieri… Il fiume acquista una tridimensionalità spaziale e temporale con l’attraversamento di nebbia in pianura, dall’argine, portate e ritmi, dighe, pesci : questi i titoli dei capitoletti che stanno tra sorgente (il primo della sezione) e foce (l’ultimo). Il fiume così viene a qualificarsi come un assemblaggio multiforme, è molto più di un corso d’acqua. Dalla pluralità delle fonti e alla sfumatura della foce, l’acqua agisce secondo una logica fluida che solo a fatica può essere ricondotta in argini di terra stabili, uno sforzo che ha comunque come soluzione la creazione di paesaggi ibridi in cui le distinzioni tra naturale e artificiale, tra acqua e terra, si dimostrano astratte e fragili. La costruzione della fluvialità consiste di assemblaggi di materie eterogenee. Si cerca da sempre di separare acqua e terra, ma ciò non deve portare ad un giudizio affrettato: per quanto riguarda l’idrografia, infatti, la trasformazione della natura è la normalità e corrisponde al modo in cui si sono formati i paesaggi che abitiamo; quello che va posto alla nostra attenzione è il come si interviene; occorre chiedersi a chi giovi un certo agire.
Auspicabile sarebbe -in poche parole- un’assunzione di responsabilità per un’azione che tratti l’acqua non solo come risorsa/pericolo, ma come soggetto attivo e plasmatore di paesaggio. Però, perché il cambiamento di approccio sia radicale, occorre recuperare una dimensione collettiva di relazione con il fiume e di costruzione della fluvialità, che non può essere limitata solo a chi se ne occupa per lavoro o per studio, ma deve coinvolgere le persone che abitano i territori ai cui margini i fiumi sono relegati ormai da decenni, dimenticati o ridotti ad un’esistenza meramente funzionale.
Quella di Visentin è però una ricerca che non si pretende asettica ed oggettiva ma fa della posizionalità del ricercatore un punto di forza, se questo approccio è già evidente nell’esposizione teorica, nella terza parte Inseguire i corsi d’acqua l’autore stesso lo rende chiaramente esplicito: “Per quanto riguarda questo testo, come si sarà notato, l’approccio auto-etnografico è usato ampiamente e ne farò ricorso in particolare in questo capitolo, poiché i dati raccolti sono il frutto di anni di lavoro sul campo che trovava il loro momento culminante in lunghe camminate-esplorazioni lungo corsi d’acqua’. […] Il ricercatore non può concepirsi – e non deve essere visto dal lettore – come un elemento esterno dal milieu geografico, storico e sociale che cerca di scrutare e indagare. […] In questo senso si ribadisce che l’auto-etnografia non deve essere intesa come una rinuncia alla scientificità del discorso e della trattazione.Tutt’altro: è un ponte tra passione e ragione, tra conoscenza ed esperienza.” Così scrive, prima di procedere con il resoconto di tre esplorazioni da lui condotte lungo altrettanti fiumi: Brenta, Piave, Cormor. Sono vere e proprie esperienze di lavoro sul campo e di incontro (quasi panico) con l’elemento fluviale e con tutti quegli enti che lo compongono e lo abitano. Organizzandosi in maniera del tutto informale ha percorso a piedi fiumi di tutto il nordest (e non solo) con l’obiettivo “di provare a entrare in contatto con il paesaggio senza eccezioni, provando a osservare con rinnovata sensibilità, cercando di conferire lo stesso peso a tutte “le cose del mondo”. Geografie che sembravano familiari, ma che poi non lo erano. Luoghi la cui conoscenza sembrava scontata ma che, una volta rivisitati, con calma (a piedi) e in sequenza (per diversi giorni consecutivi), non corrispondevano necessariamente alle aspettative di partenza. Anzi, si presentavano in tutte le loro contraddizioni.” Inoltre, nonostante si trovino ad essere elementi ormai controllati e stabilizzati un po’ dappertutto, ma in particolar modo nella bassa pianura irrigua, i fiumi mantengono comunque una loro particolarità̀ ed una sottile eccezionalità̀ in mezzo a distese di terra e cemento. Permane come una tensione particolare che li rende ancora oggi interessanti oggetti d’esplorazione e di esperienza.

È un approccio che oltre alla raccolta di materiali di studio, importa già di per sé come pratica, incoraggia la presa in carico e la cura delle acque che si muovono nel nostro spazio. L’invito è quello di rendersi protagonisti di un vero e proprio avvicinamento consapevole per ricucire quel buco di consapevolezza e di interesse tra noi e le acque e, di conseguenza, i territori che abitiamo, essendo la rete fluviale il principale elemento di formazione del territorio. Guardando il fiume è possibile avere una lettura del territorio non solo nella sua forma attuale, ma nella sua stratificazione di processi.
Questo è importante perché il cambiamento climatico non arriverà di colpo, non si scenderà una mattina dal letto inzuppando i piedi nell’acqua di una stanza trasformata in piscina: è in corso già adesso, con la risalita del cuneo salino, l’erosione delle barene, eccetera, e se non ce se ne interessa per tempo, la soluzione ingegneristica sarà quella di interventi mirati alla salvaguardia degli interessi di alcuni. Per salvare la terra di nuovo si tornerà a separare terra e acqua, in scale sempre maggiori, a scapito dell’acqua; più che terreni andremo a perdere gli ambienti umidi, i paesaggi ibridi, le forme di vita e di cultura che li popolano. Al contrario, come abbiamo detto, quello di simili passaggi ibridi è un argomento che fin qui tende a rimanere in un cono d’ombra, rimosso sotto la soglia della nostra consapevolezza, salvo riemergere nella nostra quotidianità in maniera dirompente in occasione di fenomeni acuti di scarsità o abbondanza. In questo senso Wu Ming 2 parla del ritorno del rimosso, che, come tale, si presenta in maniera traumatica per le nostre civiltà urbane. Ricordiamo di vivere insieme all’acqua solo nei momenti di ritorno del rimosso; ovvero quegli eventi eccezionali che ormai costituiscono i soli momenti consapevoli della nostra convivenza – in realtà̀ continua – con l’acqua. Il rischio è quello di una convivenza indesiderata ed evitante, in cui si fa esperienza cosciente solo delle esternalità negative legate al vivere ravvicinato, senza riuscire a coglierne le determinazioni e possibilità positive. Per questo occorre fare uno sforzo conoscitivo e di avvicinamento verso fiumi, laghi, paludi ecc. che abbiamo vicino.
È necessario questo avvicinamento anche per dare sostanza a strumenti interessanti, quali i contratti di fiume, che senza una presa di consapevolezza più generalizzata diventano strumenti partecipativi senza partecipazione, destinati a riporre la questione dei corsi d’acqua nuovamente in capo ad una gestione ingegneristico amministrativa della risorsa. L’immersione nelle geografie d’acqua ha un portato realmente trasformativo, rivitalizzare il nostro rapporto con le acque ci pone di fronte alla necessità di una partecipazione attiva alla formazione del paesaggio, che altrimenti rimane in balia dei processi economici e delle narrazioni dominanti, capaci di agire incontrastati e totalizzanti. Vogliamo quindi accogliere questo invito chiederci “com’è l’acqua?“ e ad incontrare i fiumi, conoscerli e raccontarli.
